Tom Sponson, all’età di cinquantatré anni, era un uomo di grande successo.
Aveva fondato un’azienda di prima classe, si era sposato con una donna incantevole e si era costruito una bella casa nella periferia di Londra, che non era né così moderna da essere oscena, né così convenzionale da essere noiosa.
Al contempo, da qualche tempo, Tom era consciente di lavorare sodo in cambio di molto poco.
I figli erano educati verso Tom ma se fosse entrato nella stanza in cui ospitavano un amico, ci sarebbe stato subito un sentimento dei limiti.
Anche se fossero da soli insieme, si rese conto che parlando un po’ con loro, si imbarrazavano e cambiavano il tema della conversazione.
Comunque non pareva che lo facessero quando stavano con la madre.
Li vedeva tutti e tre, per esempio, mentre ridevano di qualcosa, e quando lui entrava, smettevano di ridere e lo fissavano.
Anzi se avesse chiesto di che cosa trattava la battuta, sua moglie avrebbe risposto, ‘non la capiresti,’ o ‘di niente,’ o ‘te la dirò dopo’, ma non lo faceva mai.
Oppure gli faceva passare la voglia di sentirla dicendo un commento come, ‘Oh, è scioccissima, solo qualcosa che ha detto April’.
Lui pensava tra sé e sé, ‘non è soltanto che non hanno bisogno di me, ma sono perfino una seccatura per loro.
Mi metto tra i loro piedi.
Sono superfluo.’ Una mattina quando stava per entrare nella macchina e sua moglie era venuta fuori per salutarlo, si inventò scusa, dicendo, ‘Dammi un momento, ho dimenticato una lettera,’ e ritornava alla scrivania, facendo finta di scordarsi dell’addio che non era stato detto.