Charlotte, seduta nella Caffè Repubblica con Palo, ascoltò le campanelle della città suonare e rintoccare indicando le sei; ogni scampanello era qualche secondo in ritardo e c’era una mancanza di sincronizzazione.
Era uno di quei momenti dove i giovani cominciavano misteriosamente a radunarsi qui come passeri.
“Come decidi quale è il miglior caffè?” chiese a Paolo e agli amici. “L’ubicazione? La clientela?
La qualità del caffè?”
“Questa è una domanda profondissima, cara.” rispose Paolo, con gli occhi scintillanti.
Sembrava emozionato, in attesa di qualcosa.
“Una delle più profonde che hai mai domandato!” Si voltò verso la ragazza accanto a lui.
“Maddalena, dovremmo pensarci bene, no?”
La ragazza, una studentessa di fisica dall’Università, gli sorrise di risposta, pronta per qualunque cosa che lui avesse proposto. “Chiaro!
E prima di tutto dovremmo eliminarci, certo, perché si sa che una cosa non può esaminarsi.”
“Prendiamo dunque mio papà.”
“Allora, tuo papà è un grande tifoso del calcio, Paolo, che naturalmente passi tutto il suo tempo libero nel Locale dello Sport, da quando mio zio Pietro montò quel grande schermo.”
Per qualche minuto, lanciarono i nomi di parenti e amici nell’aria e li colpirono avanti e indietro.
I nomi erano uguali ai nomi di certi caffè e accoppiati con quartieri della città, con squadre di calcio particolari.
Parlarono delle affiliazioni politiche dei loro padri e nonni e di altre connessioni più tenui.
Parlarono dei caffè preferiti dei direttori dei giornali di zona, e se i giornali erano di sinistra o di destra o semplicemente indifferenti.