Ciò nonostante, non scrivevo.
Proprio non sapevo il perché.
Ero pigro e il tempo era diventato caldo.
Pensavo spesso ad Arthur; anzi così spesso che non sembrava necessario scriverci.
Era proprio come se fossimo parte di una sorte di comunicazione telepatica.
Infine me ne andai al campo per quattro mesi e scoprii troppo tardi che aveva lasciato il cartellino indirizzato a lui in un cassetto da qualche parte a Londra.
In ogni caso, non importava molto.
Con tutta probabilità avrebbe lasciato Parigi tanto tempo fa entro ora, se non fosse in prigione.
All’inizio di ottobre ritornai a Berlino.
Quel adorato e vecchio Tanentzienstrasse non era cambiato.
Guardandolo per le finestrine del taxi lungo il percorso dalla stazione, vidi alcuni nazisti che indossavano le nuove uniforme dal SA, che non erano più proibite.
Camminavano per la strada a grandi passi in modo rigido ed i cittadini anziani li salutavano con entusiasmo.
Altri erano collocati sugli angoli della strada e facevano sferragliare le scatole delle offerte.
Mi arrampicai la scalinata familiare.
Prima che io avessi il tempo per suonare il campanello, la signora Schroeder si precipitò a salutarmi a braccia aperte.
Deve esser stato aspettando il mio arrivo.
“Signor Bradshaw!
Signor Bradshaw!
Signor Bradshaw!
Quindi finalmente sei tornato a noi!
Dico che devo abbracciarti!
Che bello sembri!
Non è sembrato lo stesso da quando te ne sei andato.”
“Come vanno le cose qui, signora Schoreder?”